Il Natale del Karalis Antiqua Ensemble tra liturgia, storia e ricerca nella Sardegna dei misteri
Il programma scelto da Karalis Antiqua Ensemble per questa serata musicale è perfettamente aderente al Tempo liturgico di Natale e segue la consolidata tradizione europea di eseguire, nei Tempi liturgici privilegiati (come appunto il Natale o la Quaresima e la Settimana Santa), brani sacri che accompagnino la liturgia ufficiale della Chiesa. Questi brani non sono da eseguire durante le celebrazioni liturgiche ufficiali, tranne rari casi, ma solitamente le accompagnano. Mottetti latini e volgari, Antifone, Versetti del Salterio o delle Scritture, Salmi e Cantici biblici o parafrasi di essi, vengono preparati dai compositori in un’ottica di piena versatilità. La loro importanza è infatti data dalla duttilità applicativa e collocativa. Se non facenti parte del Proprium o dell’Ordinarium Missarum de Tempore, infatti, non possono essere eseguiti al posto dei testi ufficiali ma li possono accompagnare all’inizio e al termine della celebrazione ma anche in momenti paraliturgici, come prediche e celebrazioni particolari o, come fatto in questa serata, eseguiti espressamente da soli senza un preciso contesto ma in luogo sacro, per dimostrare e validare anzitutto il loro carattere sacrale e il loro fine principale che è quello di istruire il fedele ascoltatore, che può essere anche un cultore di musica, o solo questo, sul Tempo liturgico corrente.
I brani scritti dai compositori di ogni epoca per il Tempo di Natale coprono spesso anche il breve tradizionale Tempo di Epifania, comprendendo dunque anche brani tratti dai bellissimi e antichi Uffici di questo Tempo (solitamente tratti dal Missale o dal Breviarium Romanum o se composti per contesti sacri ma paraliturgici anche attingendo da altre fonti o musicando testi scritti ex novo in latino o volgare).
Il programma presenta un mosaico come di oratorio sacro natalizio, un macro-mosaico composto da grandi tessere solo apparentemente diverse, giustapposte per offrire all’ascolto un disegno organico e completo dei Misteri del Natale.
Il repertorio presentato è tratto massimamente da Libri di laudi, dove si poteva attingere materiale per ogni momento dell’anno liturgico, dall’Avvento al Tempo dopo Pentecoste e per le feste particolari in onore di Cristo, della Madonna e dei santi. Alcuni di questi brani riecheggiano le sacre rappresentazioni medioevali, che trovano appoggio nei dialoghi canonici della Scrittura (specialmente dai Libri storici del Vecchio Testamento, dai Vangeli, Atti degli Apostoli e Apocalisse) ma vengono ampliati ed estesi anche a più personaggi, non presenti nel testo sacro. Vediamo così dialoghi semplici ma delicati tra angeli e pastori, incitamenti ad alzarsi dal sonno e muoversi verso il Re Bambino che giace in una mangiatoia.
Giovanni Animuccia fu uno dei primi esponenti di rilievo della polifonia romana del Cinquecento, contemporaneo di Palestrina e amico di san Filippo Neri che impiegò le sue composizioni per concludere i suoi sermoni, commissionandogli numerose Laudi in volgare che lo porteranno ad essere fra i primi protagonisti dell’archetipo iniziale dell’“oratorio musicale” poi portato avanti in forma colta, nel XVII secolo, dalla Confraternita del Santissimo Crocefisso di San Marcello, committente dei grandi oratori dialogici latini su temi biblici, destinati ad un pubblico più erudito e un contesto diverso da come lo avevano immaginato Filippo Neri e Animuccia. Di lui si ascolta dal Primo Libro delle Laudi Spirituali del 1563 un Iesu è nato. L’opera è stata edita presso Valerio Dorico, nome noto tanto a Roma quanto in Sardegna, perché editore anche di raffinate omelie e opere teologiche e filosofiche che fiorivano negli anni intensi del Concilio di Trento. A lui l’arcivescovo di Sassari e padre tridentino Salvador Alepus, fine teologo ma anche conoscitore di musica sacra e preparato liturgista, affidò l’edizione di una delle sue opere agiografiche più raffinate.
Altri brani sono più elaborati, pur nella loro semplicità linguistica, come la Ciaccona sopra l’Inferno e il Paradiso, tema che è una perfetta e felice scelta in questa occasione e sembra agganciarsi all’ultima domenica dopo Pentecoste, col suo tono tutto orientato alla fine dei Tempi e al destino finale dell’uomo, e all’Avvento, tempo penitenziale e, dunque, di riflessione. Il tema dei novissimi è certamente il miglior tema di meditazione. Non è un caso che nella notte di Natale (alla prima Messa) è antica tradizione dei Paesi Iberici e non solo cantare un testo paraliturgico molto suggestivo, il noto Cant de la Sibilla, che, parafrasando i presunti oracoli sibillini sulla venuta di un misterioso Re dei Re, incombe con il suo tremendo e gelido rammentare che, nel clima quieto e pastorale del tepore della grotta di Natale, dove Gesù è arrivato nell’umiltà e nel silenzio, allo stesso modo tornerà un giorno con splendore e maestà per giudicare i vivi e i morti e porre termine ad ogni cosa. Un Dies irae natalizio che qui non abbiamo, ma si percepisce delicatamente adombrato, quasi burlescamente, nel dialogo tra Paradiso e Inferno, diavoli e angioletti.
In tutto questo vi è chiaramente l’influsso dell’ecloga che nei drammi pastorali Cinque e Seicenteschi viene ripresa e adattata al contesto moderno. Così l’influsso arcadico si trova anche nei dialoghi sacri dei mottetti che, con delicato e ingenuo spirito di fanciullo, invitano festanti alla mangiatoia in un dialogo a più parti o in un dialogo con l’ascoltatore, così che l’ecloga sacra che ci si ritrova ad ascoltare coinvolge direttamente uscendo verso chi ascolta e coinvolgendolo.
Altivolgendo lo sguardo in questo modo verso le realtà celesti, si invita perciò chiunque alla contemplazione mistica della scena della Natività, non nella sola muta immagine di un dipinto o di statue ma dell’eloquenza della musica, che unita alla bellezza dell’arte figurativa, le fa prendere vita e la anima.
È chiaro che il tutto si gioca anche facendo leva sulle emozioni e sui sentimenti più nobili che ciascuno dovrebbe provare in questi Sacri Tempi, così da intessere nel telaio arido dell’anima un intreccio di fili musicali, note preziose e gemme, che è poi il facile incontro tra l’acribia esecutiva degli esecutori e la loro sensibilità personale, il loro cantare e suonare con gli stessi sentimenti che questa musica vorrebbe ispirare, e la buona disposizione di chi ascolta e comprende. Perché senza ascolto non c’è comprensione, ma senza perizia esecutiva è difficile comprendere. E ci pare che, in questo caso, la cifra matematica immateriale della musica scelta, così complessa e così semplice ad un tempo, sia stata perfettamente da essi colta. Ogni arte, come ha scritto qualcuno, è meglio conosciuta dalle sue più alte espressioni. Ed eccole qui.
Per quanto concerne il mottetto di Claudio Monteverdi, si tratta di una composizione stilisticamente raffinata, e sul piano musicale e su quello linguistico. Combina armoniosamente una rielaborazione di Isaia LV che invita a meditare sulla notte in cui sulla terra tutto appare stillante abbondanza, mentre su un testo tutto incentrato sul fulgore della notte e del giorno (felix, lucidissima nox… iucunda, sanctissima dies…) in cui Dio appare in forma umana si concentra Alessandro Grandi, facendo suoi alcuni versi dell’antico Inno liturgico A solis ortus cardine dalle Lodi dell’Ufficio del giorno della Natività del Signore e del Tempo di Natale.
Lo stesso Autore intreccia lodi a Maria Vergine con la moderata parafrasi di numerosi tratti liturgici che costellano gli Ufficî del Tempo di Natività e dell’Epifania, tesi a glorificare la Maternità Divina di Maria, mentre nell’intimo della notte santa si concentra Bonifacio Graziani, ancora con un’esortazione ai pastori che ricorda l’invito fatto dall’Angelo agli stessi la notte della sacra nascita, come ricordato anche nell’Antifona dialogica che apre la Salmodia del giorno di Natale ad Laudes.
In questi brani, l’influenza di san Filippo Neri e del suo Oratorio, della sua estensione romana con Giacomo Carissimi come capolista e con la presa di staffetta da parte dei primi membri romani della Compagnia di Gesù, si mostrano con chiarezza e aprono numerosi spiragli su ulteriori sviluppi di questo repertorio anche in Sardegna, dove la Compagnia fin dal suo giungere a Sassari nel 1559 portò con sé l’uso, nelle funzioni liturgiche e paraliturgiche e nell’istruzione del popolo, di musica colta composta da compositori scelti o già noti ma anche della nuova Scuola barocca romana o dai gesuiti stessi, che a Sassari, per insegnare i Misteri del Rosario ai fanciulli, li insegnavano loro in forma musicale, con l’uso di semplici strofette orecchiabili. L’uso si diffuse rapidissimo in tutta la Sardegna, prima a Cagliari e poi ovunque i gesuiti riuscissero ad aprire una Casa.
A questo devono essere aggiunti i laudari medievali, i primi Maestri di Cappella e di musica presenti nell’Isola e altro ancora. La ricerca porterà certamente a nuove conoscenze e sviluppi che si inseriranno nel già fitto calendario dell’ensemble. Qui, adesso, restano queste semplici e brevi note su una serata preziosa, per cornice artistica, esecutori, direttore e comitato scientifico, res cogitans et res extensa d’una realtà che in poco meno di un anno il giovane quanto valido Maestro (e amico) Federico Fiorio con i suoi collaboratori è riuscito a impostare e far fiorire in Sardegna. Ora implementata da un Centro di ricerca scientifica qualificato e all’attivo, composto dal Fiorio, dal dott. Giommaria Carboni, sotto la direzione generale di Luca Murgia e da chi scrive, porterà ancora maggiori frutti e ricchi, giovani per una ricerca storica onnicomprensiva che mira a riscuotere l’obolo della molta musica abscondita che c’è in Sardegna, con i suoi volti e i suoi personaggi, le sue storie.